I DE GAUDIO

Gigino de Gaudio vive a Schiavonea ove abita con la famiglia una villa a via Salerno costruita con i risparmi di lunghi duri anni di lavoro professionale.

Da ragazzo, quanto apprende da padre e zii sui passati fasti della famiglia deve sembrargli racconto di fiabe. I de Gaudio vengono a Corigliano, probabilmente da Longobucco o da Mendicino nella seconda metà del sec. XVII. Concetto è proprietario di fondi olivetati in Arnara (Rinacchio) ed in Jerpieti acquistati rispettivamente da D. Muzio Adimari e da Antonio di Francesco. I suoi figli Giuseppe e Domenico sono fattori della casa Saluzzo rispettivamente a Polinara e Favella. Il figlio di Giuseppe, D. Carlo Maria, viene avviato agli studi di medicina che compie in Napoli ove verso il 1735 consegue la laurea. Nel 1740 sposa la mag.ca Persia del- 1'Aquila e successivamente viene ammesso nel sedile dei nobili della città assumendo per arme lo scudo troncato da una fascia con tre stelle esapuntate in linea con nel primo il sole e nel secondo il fuoco di rosso. Abita una casa acquistata dalla Corte Ducale e posta nel Cozzo della Castagnella (delimitato dalle attuali vie dei 500, Capalbo e Gradoni S. Antonio). Qui ottiene a censo del Duca un suolo, su cui costruisce il maestoso palazzo della casa composto di 61 vasti vani. Esercita con successo la libera professione accumulando ingenti somme di denaro. Muore d'infarto nel 1780 e gli succede il figlio D. Infantino dottore d'ambo le leggi, il quale acquista molte proprietà terriere da più provenienze e maggiormente dai d'Abbate , famiglia di suffeudatari in declino. L'U.J.D. D. Infantino non esercita la professione, ma svolge intensamente diverse attività. Conduce e migliora le non poche proprietà agricole, concede prestiti e mutui a privati ed enti pubblici, commercia olii, esercita l'industria armentizia possedendo centinaia di bovini e migliaia di ovini , ha rapporti di conduzione agraria con il Duca ed il monastero del Patire. Nel triennio 1791-1794 è fittuario della mastrodattia e della bagliva della Corte Ducale. Per tale attività assume a mastrodatti quel Serafino Rossi, forestiero, che, probabilmente per il repentino licenziamento, si colloca nel partito antiducale e pagherà con la vita, nei moti del 1799, le malignità perpetrate con zelo e vigliaccheria contro personaggi del partito opposto. Nella storia calabrese il Rossi passerà per eroe e martire dei movimenti prerisorgimentali (!). D. Infantino non disdegna d'interessarsi della cosa pubblica e della politica cittadina, anzi lo vediamo notabile di primo piano sia come capo indiscusso del partito ducale, sia come sindaco della città nel 1797. In questo periodo il partito antiducale di Sollazzi riesce ad ottenere per il sindaco de Gaudio un mandato di cattura per omissioni d'atti di ufficio.  

Il  mandato non viene eseguito per l'indignazione che provoca nella popolazione, la quale, rumoreggiando armata, minaccia una carneficina nei confronti del Governatore di S. Sofia e dei soldati (esecutori), nonché degli istigatori (maggiorenti del partito antiducale) nel caso si fosse torto un solo capello a D. Infamino. A questi succede D. Carlo Maria, attivo sindaco nel 1825, e poi D. Vincenzo, i quali continuano le attività dell'avo effettuando ancora ulteriori acquisti di terre limitrofe ai loro possedimenti. La famiglia, alla vigilia del tracollo finanziario, possiede intorno alle 790 tomolate di terreni formando aziende intensive ad alto reddito e poste in Cilento, S. Domenica, Marina, Pesco, Pannello, Torre di Mezzo, Torrepinta, Fiumara, Lecco, Castagnara, Garubba, Coste, Cocozzone, Irto, Trattera, Montalto, Muzzari, S. Vito, Serra di Galarizzo, Acqua del Ceraso. Inoltre diversi fabbricati fra i quali eccellono il palazzo Luzzi a via Toscano. Conduce in affittanza le masserie Sanzo, Pantano di Favella e Muzzari della casa Compagna per tomolate 1500, su cui insistono intorno ai 200 bovini bradi e 1200 ovini. La crisi agraria degli anni 80 del sec. XIX; le strepitose liti fra germani per questioni di eredità; l'appalto della fondiaria con perdite da insolvenze; ma soprattutto la spaventosa disamministrazione determinano la carenza di liquidità prima e l'indebitamento poi dei fratelli D. Carlo e D. Luigi, figli di D. Vincenzo. I debiti ascendono complessivamente a L. 70.500, cifra che raffrontata al patrimonio posseduto appare di lieve entità. Ciò nonostante, i de Gaudio subiscono la prima espropriazione nel 1894 riflettente il fondo Pannello, che viene aggiudicato a Vincenzo Romanelli, istante e creditore. Nel 1896 si registra altra espropriazione per i fondi Grotte e S. Vito su istanza dello stesso Romanelli, al quale, questa volta, non tornano i conti in quanto, l'aggiudicazione resta a D. Saverio Feraudo, cognato dei de Gaudio. Altre espropriazioni di poco conto seguono fino al 1900 ed appare strano l'atteggiamento passivo dei de Gaudio, ai quali, evidentemente, è sfuggito il controllo della gestione delle proprie attività': D. Carlo, anzi, mal sopporta l'onta delle espropriazioni subite e non solo non reagisce adeguatamente, ma si lascia impossessare dallo sconforto e dal panico per quanto può ancora accadere. Così, nella notte fra il 16 e il 17 aprile del 1900, si toglie la vita. Nel maggio successivo la creditrice Deputazione provinciale promuove procedura di espropriazione generale per cui la liquidazione dell'intero patrimonio de Gaudio avviene in oltre un ventennio più sotto i colpi delle spese giudiziarie che dei debiti. Fra i più significativi trapassi di tale patrimonio annotiamo: Cilento, S. Domenica o Cananea e Marina al barone Francesco Compagna; Torrepinta a Francesco Rugna; Serra di Gallarizzo ad Annunziato Cassavia; il palazzo Luzzi al rev. Francesco Sangregorio ed infine il palazzo di via Gradoni S. Antonio a Francesco Rugna, Francesco Palma e Domenico Palino. Nel 1913, in piena fase di espropriazione, i de Gaudio si trasferiscono a Schiavonea fra lo sbalordimento di una popolazione incredula e memore della passata potenza politica ed economica della casa.

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