Esigenza di approfondimento teorico e di rigore scientifico nella situazione attuale e recente della critica letteraria marxista in Italia - di Armando Gammetta- Terza ed ultima parte

Tratto dalla rivista "La Tela del ragno" n. 1 del 1° dicembre 1983

Quando Cassirer, in una famosa conferenza tenuta nel 1945 poco prima di morire, salutava - alludendo ad un famoso passo del Sofista di Platone -l'avvento della linguistica strutturale come una vittoria degli «amici delle idee» sui «fautori della materia», era troppo  buon  conoscitore  e di filosofia e  di  linguistica  moderna per sbagliarsi.

Ciò dimostra quanto sono   superficiali    e   frettolose    certe «unificazioni ideologiche» tra marxismo e linguistica strutturale che, a quanto risulta, si stanno compiendo in Unione Sovietica» (16). È veramente grande la capacità e il rigore critico - materialistico di S. Timpanaro, che ci ha insegnato una seria lettura dell'Ottocento e, soprattutto, del Leopardi, spesso in dissenso con tanti critici pure marxisti.

Ma, a questo punto, in cosa consiste la carenza di approfondimento teorico e di rigore scientifico nella critica letteraria marxista o almeno in una parte di essa, dato che dallo scontro lo strutturalismo visto è uscito con 1e ossa rotte? Consiste in due cose, a  mio  avviso:  1)  atteggiamento di chiusura e rifiuto totale dell'analisi strutturale, 2)  acritica  commistione con essa. Il rifiuto totale risulta errato o perlomeno due fatti: 1) il non tenere conto degli sviluppi e degli approfondimenti   dello strutturalismo e formalismo, specialmente linguistici; 2) il non capire, che, pur rimanendo profondamente diversi, marxismo e strutturalismo hanno una comune esigenza di rigore scientifico - metodologico che sfocia nel presupposto comune della funzione conoscitiva e non valutativa dell'analisi critica.

Ad un giudizio di valore, semmai, si arriverà dopo questo momento conoscitivo. Procediamo con ordine: non parliamo della acritica commistione, perché in quanto tale non ha niente a che fare con l'approfondimento teorico e con il rigore scientifico marxisti: essa è solo una ibrida giustapposizione pseudo - interdisciplinare (con assenza totale di procedimento dialettico) di metodologie di diversa natura; trappola per molti sedicenti critici marxisti. Parliamo, invece dei due fatti che dimostrano l'erroneità del rifiuto totale dell'analisi formale-strutturale. Per il secondo, mi sembra che abbia ragione Rosiello: «Prescindendo quindi dalla contingenza della polemica, si può tranquillamente affermare che- sia la critica linguistica d'ispirazione  strutturale, sia  la   critica sociologica d'ispirazione marxista operano entrambe sulla base di un fondamento    metodologico    comune che  assegna  all'analisi   dei   testi  letterari una finalità conoscitiva (e non valutativa)   e  una  funzione   esplicativa». Va  detto,  però,  che  lo  stesso  Rosiello  spesso  cade  nel  giudizio  valutativo, in  contraddizione con la sua ricerca   assolutamente   avalutativa :  il suo   saggio    montaliano    praticamente ha   per   conclusione   che  lo   scrittore che sviluppa di più la funzione della lingua è «maggiore» scrittore. Rosiello è bravissimo, il fatto è che la contraddizione  è implicita   nel   metodo!

Questa contraddizione  del  Rosiello  è rilevata    da   Romano   Luperini (18). Quanto  al  primo  fatto,  che  dimostra l'erroneità  di  quel  rifiuto,  mi  sembra che  la  critica  letteraria  marxista,  proprio  per  esigenza  di  approfondimento teorico e rigore scientifico, debba tener conto di certi sviluppi e approfondimenti:  1)  lo  slittamento  astorico del metodo formale russo non è caratteristica dell'origine  del formalismo, si spiega  più  con  la  «pressione di un clima apertamente antimaterialistico: le stesse dottrine  delle scuole di Copenaghen e di Praga, pur presentando importanti acquisizioni scientifiche, si  rivelano  ben altrimenti « ideologizzate» rispetto alla  dottrina saussuriana» (19) che pure aveva delle controtendenze realistiche. Nel proemio di Broundal agli Acta linguistica (1939) il platonismo è tutto presente, intento a scoprire strutture immobili della realtà. In origine, invece, i formalisti russi dell'Opojaz ( 1916) (Società per lo studio del linguaggio poetico) non avevano nessuna teoria , nessuna  metodologia;  è  lo  stesso  Boris M . Ejchenbaum  (uno  dei  maggiori rappresentanti, insieme a Sklovskij, Tynyanov, Jakobson, ecc., del formalismo russo)  a  dirci  che  inizialmente lo scopo era solo quello  di  «combattere la poetica dei simbolisti ... e svincolarla dalle loro teorie estetiche e filosofiche soggettive,  rimetterla  sulla via  dell'indagine scientifica  dei  fatti» (20), e ciò viene formulato con precisione  da  Jakobson:  «oggetto  della scienza  della letteratura non è la letteratura, ma la letterarietà ,  cioè ciò che di una data opera fa un'opera letteraria» (21). Sull'origine del formalismo russo la critica letteraria marxista italiana dovrebbe riflettere. Continuiamo con altri sviluppi e approfondimenti  da  tenere  presenti:  2) La mediazione sintetica tra ipotesi strutturaliste e metodo dialettico marxista,  operata  da  Mukarovschj,   dopo lo sviluppo funzionalista del metodo formale da parte della  scuola  praghese; 3) la scoperta delle varie funzioni della   lingua;   4)   i  concetti  di  norma e scarto, la nozione di fonema,  l'importanza delle descrizioni sincroniche quando illustrano stati linguistici; 5) l’antiformalismo  di  un  Martinet  e  la sua  esigenza  di realismo,  pur  essendo un  linguista  strutturale;  6) la  diversità dello strutturalismo  americano da quello europeo; 7) il recupero dell'istanza diacronica, quando il metodo formalistico e strutturalistico si incontra con i critici della storia della lingua,  come, per  esempio  in Italia, il gruppo della scuola di Pavia. D’altronde, lo stesso Segre pubblicò  nel 1977 un libro molto significativo nel titolo:   Semiologia,  storia   e  cultura. Ma, soprattutto, la critica letteraria marxista   italiana   deve   riconsiderare il grande  contributo  di  Galvano  della Volpe, rimasto per molto tempo isolato nell'area  critica  e politica  dello stesso marxismo ! Eppure,  con  la sua Critica del gusto (1960), in cui confluiscono e  si  raffinano  contributi presenti in altre sue opere,  della Volpe rappresenta il punto più alto dalla ricerca marxista in estetica, teoria e metodologia critica, ricerca che Ignazio   Ambrogio   ha   approfondito nel suo studio Ideologie e tecniche letterarie  (1971)  attraverso  il criterio di sistema - funzione della letteratura, oggi l'analisi storico-filologica delle connotazioni del testo in  rapporto  con le denotazioni dell'uso linguistico comune.

Il contributo di Galvano della Volpe si caratterizza per alcuni punti fermi. Discorso poetico, discorso scientifico e altri discorsi hanno in comune  il fatto  di  essere discorsi, cioè procedimenti razionale - intellettuali. Dunque, cadono i concetti di «sensibilità »,   « sentimento »,   « fantasia », «immaginazione», e la crociana intuizione lirica come produttori dell'operazione artistica, perché il discorso poetico è, appunto, procedimento logico-intellettuale, anche se particolare. Anche, e soprattutto, le  fantasie, ariostesche per es., sono in  preciso rapporto col dato vero e reale, anche se in antitesi, e senza  quel  dato sarebbero un non-senso. La stessa metafora non è una esclusività del linguaggio poetico. Ma, allora la differenza tra discorso (linguaggio) poetico e altri discorsi sta solo nel  fatto che il primo  è organizzato e funziona diversamente dagli altri, cioè esso è connotativo e polisenso, ossia la sua peculiarità è , l'organicità contestuale connotativa; mentre gli altri  discorsi , gli  altri  linguaggi  sono solo denotativi. Polisenso, in relazione ai valori espressivi, significa che questi sono costituiti da un di più di senso rispetto a quello dei valori relativi agli altri linguaggi, non poetici. Allora, l’organizzazione del testo poetico ha co­ me sua peculiarità l'organicità semantica: dunque, tutta l'attenzione si sposta sull'aspetto semantico: e quindi lo specifico letterario coincide con il carattere semantico. E così Galvano della Volpe può utilizzare la linguistica strutturale di Saussure e di Hjelmslev in funzione di un esito materialistico­ storico del problema dell'opera letteraria.  Carattere  semantico  vuol  dire che l’analisi di un testo letterario deve essere scientifica,  attraverso  il continuo rapporto tra langue (istituzione collettiva) e parole (creazione  individuale), e la conoscenza di  questo  rapporto è ovviamente di carattere storico, e nel testo, dunque, fatto di parole, espressioni organizzate, c'è la storia con tutto  ciò di  cui è costituita, e questa è allora interna al testo. Che vuol dire? Vuol dire che Galvano della Volpe ha sovvertito radicalmente la  teoria  crociana  dell'arte, vuol dire che l'autonomia della  poesia è autonomia semantica, scientificamente conoscibile, e  non  metafisica: autonomia nella storia e non dalla storia.  Dunque,   anche   l 'ideologia  e la storicità sono interne.. infratestuali, nella opera. Allora, il testo poetico , l'opera artistica, che contiene il discorso comune - denotativo, attraverso questo linguaggio comune risulta connesso con tutte le condizioni storiche dalle quali e nelle quali è nato. Che vuol dire?  Vuol  dire che  Galvano della Volpe supera e risolve le difficoltà in cui si arenava la pur importantissima critica marxista lukacssiana, goldmannina, e le difficoltà in cui si arenava la critica formalistico­ strutturale,  mentre  recupera  l'interesse per Gramsci e per la semiologia , sfrondata però d'ogni tendenza formalistico-strutturale.  Viene risolta  anche, per es. la  difficoltà  che  Antonio Banfi (Arte e socialità, 1956)  aveva nel saldare la storicità delle tecniche con la storicità integrale dell'opera letteraria. Molto ancora si dovrebbe dire di  Galvano  della  Volpe, ma  fermiamoci  qui. Ma, come nel 1960 la Critica del gusto di Galvano della Volpe aveva significato una rottura nella critica letteraria marxista, così nel 1965  il libro Scrittori  e  popolo  di  Alberto Asor Rosa segnò un  momento  decisivo e di svolta di quella critica. I1 libro di Asor Rosa, insieme con l 'altro, Verifica dei poteri, pure del '65, di Franco Fortini, fu l'inizio, sì sa, di quella importantissima attività critica neomarxista che, grazie  agli studi di Madrignani, Luperini, Imenghi , Ceserani, ecc. (e non parliamo dei grandi contributi venuti dagli  studi  di Antonio  La   Penna,  filologo  classico  che ci ha  illuminato  sulla  letteratura  latina augustea, e di Sebastiano Timpanaro, grazie al quale abbiamo capito tante  cose  sull'Ottocento   e   Leopardi), rompendo con lo storicismo marxista e negando la cultura borghese , praticava una critica addirittura alla letteratura in perfetta coerenza con l'assunzione del punto di vista operaistico   e   rivoluzionario   derivante   dai «Quaderni   russi».  La nuova critica marxista produsse notevoli contributi sulla valutazione del neorealismo, del marxismo  postbellico ormai superato, di Verga, della politica culturale del  PCI ; ma, soprattutto, Asor Rosa col suo  Scrittori e popolo decisamente criticava  il carattere populista di  tanta  parte  della  letteratura   dell’Ottocento e Novecento, e criticava anche Gramsci per non essere stato rivoluzionariamente drastico  verso quella letteratura. Dunque, sembrava che la posizione asorrosiana imboccasse la via coerentemente materialistica della ricerca critica marxista. Ma non fu così: la sua storia del populismo non è fondata sull'analisi del rapporto dialettico con il contesto storico-economico-sociale e trasformazioni strutturali derivanti, è, al contrario, una «storia dell'idea populistica», come dice Luperini (22). Non solo, ma, essendo il confronto tra «letteratura piccolo - borghese, populista, e letteratura grande borghese, decadente, il criterio di  valore... si  appoggia a categorie idealistiche » (23) . Ciò significa che Asor Rosa si allontana dal rigore teoretico critico marxista e si avvicina ad una valutazione delle cose secondo il «corso storico come di fatto si è sviluppato», dice Luperini, finendo col non capire  l'importanza rivoluzionaria di opere e uomini schiacciati  dal  corso  storico.  Mi viene  in mente quel momento, quando Muscetta precisava  che la  responsabilità del volume sul '600, de La letteratura italiana. Storia e testi (1972-'80), ricadeva su Asor Rosa: era chiara la discordanza tra i due studiosi. Su que­sti passaggi asorrosiani è molto critico Luperini, che li definisce una sorta di giolittismo, di compromesso. Forse non aveva torto Muscetta, il critico marxista che ha  saputo cogliere anche i livelli psicologico e formale  dell'opera  letteraria,  e che  ha  saputo utilizzare la lezione di Bachtin, marxista critico russo che, senza cambiare la  base  materialistico-dialettica, ha fatto bene, come si suol dire,  i conti con Freud, Croce, Saussure, linguistica strutturale, formalismo russo. Allora, a cosa sono dovuti certi tentennamenti asorrosiani e certe sue involuzioni? Anche qui il difetto è una carenza di approfondimento teorico e di rigore scientifico, se vediamo le cose dal punto di vista della teoria critica marxista, e Asor Rosa, in quanto marxista, non poteva avere un punto di vista diverso. Giolittismo, compromesso più o meno storico, in­ capacità teorica di uscire dal momento contingente? Forse. Certo, quella carenza teorico-scientifica  rimane! Dopo il '68, con le varie delusioni, frustrazioni ed i vari riflussi, la situazione letteraria italiana è così caratterizzata da Giuseppe  Petronio: «Di impegno ideologico, adattamento conformistico ai disegni dell'industria e del mercato librario, banalizzazione dei mezzi espressivi già «alti» convergono nella nascita di un'attività letteraria nella quale tutte le distinzioni  tradizionali  sono  scomparse  e  tutte le commistioni sono possibili,  fino alle più ibride» (24). Ciò significa che il concetto di letteratura si è dilatato: ogni cosa scritta è testo, scrittura, letteratura;  allora,  l'opera  letteraria  cade dalla sua altezza tradizionalmente elitaria, viene sconsacrata,  perde  l' aura e laureola,  diventa  di  massa, come di massa è la società, anche se certamente  diversificata   e   stratificata.  I   generi   letterari   cadono:   anche se con qualche eccezione, la  letteratura  un  tempo  alta, seria  e impegnata è costretta ad incontrarsi (e trasformarsi) con la Trivialliteratur (da Trivium: luogo di convergenza dii più strade), una letteratura della comunicazione quotidiana e dello  svago,  di cui cominciò ad occuparsi il Kreuzer nella cultura  tedesca (1965), e  pochi anni dopo anche  i  nostri  studiosi, tra cui Giuseppe Petronio, che ha già lucidamente di mostrato come  questa nuova attenzione critica democraticizzi la letteratura e gli studi relativi attraverso  il  recupero  di  tanta  parte  di letteratura che prima non era considerata tale. Naturalmente, la critica letteraria degli anni '70 e d'oggi non poteva non trasformarsi anch'essa, dal momento che il suo oggetto di studio si era trasformato. E allora la critica letteraria diventa sempre più semiologica, viene detta semiocritica, fino a dominare sugli altri orientamenti,  e  questa  semiocritica   ingloba in sé la critica formalistica e strutturalistica, si  confonde  con  quest'ultima: eppure, la semiologia non è un orientamento relativo alla critica letteraria, essa vuole essere, come avverte  Umberto   Eco,  una   scienza  che tutto  riduce  ad un  grande sistema  di segni, vuole occuparsi di tutta la cultura  ridotta  a sistema  di  segni;  mentre, per quanto riguarda la critica letteraria,  può   certamente   suggerire  a  questa nuovi  campi di ricerca come è  avvenuto,  per  esempio,  per  la  narratologia).  La semiocritica, dunque, ha nel suo interno un equivoco: può essere giusta utilizzazione della semiologia e può essere un'aggiornata nuova «edizione» della critica formalistica e strutturalistica con  i difetti  e le  carenze  di  questa.  Di qui l'uso neoidealistico e ideologicamente neo­ capitalistico che se  ne  fa,  dominante in questi  ultimi  anni,  e l'atteggiamento doppiamente  errato  di  molta  critica marxista nei suoi riguardi. Doppiamente errato: perché tanti critici  marxisti, accettando la semiologia, praticano in campo letterario la  semiocritica, senza sapere evitare i difetti formalistico-strutturalistici (eppure della Volpe era riuscito ad evitarli!); e perché, volendo essere buoni critici marxisti, «attaccano» frontalmente tutto l'arco semiologico, pensando, così facendo, di sconfiggere la semiologia! Ebbene, anche qui la critica marxista non brilla molto per approfondimento teorico e rigore scientifico. Ancora una vo1ta dobbiamo dire che il problema non è  quello  di  rigettare  ciò che non è marxista, bensì quello di vincere il confronto con altri orientamenti e  metodologie,  e  questa  vittoria si può  ottenere  facendo  progredire la  critica  marxista  attraverso  un   serio approfondimento sulla base della propria identità e non attraverso commistioni, giustapposizioni,  accostamenti di moda, che producono salo ibridismi, perdita di  identità,  confusioni e smarrimenti. Io non temo  l’errore, temo la confusione. Allora, se la situazione attuale della critica letteraria marxista è situazione di crisi, cosa bisogna fare per uscire da questa crisi? Già nel 1979 Giuseppe Petronio (25) rimproverava alla critica letteraria marxista tre limitazioni: 1) «È stata solo  o  quasi solo  una  sociologia  dell'autore»;  2) «Difetta spesso a quella critica il riconoscimento della possibile positività sociale della letteratura di consumo... un difetto,  in  un  certo  senso, di spiriti democratici»; 3) «Anche questi problemi (i canali di distribuzione che portano l'opera d'arte al pubblico,  la  fruizione  del  pubblico, la reazione dei contemporanei dell'autore, lo sviluppo della critica) non sono stati affrontati in modo esauriente e corretto». Petronio, pur sottolineando i grandi contributi apportati da quella «sociologia dell'autore», da quel «difetto di spiriti democratici» (ma questo è problema che merita un particolare approfondimento che non facciamo qui) che insisteva sull'affascinante senso della  grande opera, proponeva, per uscire dalla crisi, una  analisi  letteraria  integrale, cioè  «di  tutti  gli  elementi  che  concorrono alla  nascita dell'opera: autore, messaggio, contesto, codici; ognuno dei quali va esaminato, analizzato, giudicato nella sua storicità e socialità, cioè nella sua rispondenza  a una società e a una età», studiati cioè marxisticamente. Dunque, l'approfondimento e il progresso della critica letteraria marxista non possono avvenire attraverso un colloquio con la cultura moderna nel senso di giustapposizione e ibridismi di principi, metodologie e tecniche di diverse nature, ma devono avvenire   attraverso un colloquio con la cultura moderna mantenendo la propria identità. E allora «dirsi marxista significa richiamarsi a un nucleo di principi di carattere materialistico e dialettico,  e quindi rifiutare tutte  le spiegazioni della vita sociale e dell'arte che non possano essere riportate a principi o presupposti di natura materialistica o dialettica».  Nella   critica   letteraria, dirsi marxista «significa rifiuto dell'idealismo crociano o di qualsiasi altra forma di idealismo... di ogni concezione o corrente (strutturalismo) che teorizzi e pratichi l'analisi dei soli elementi costitutivi del testo e del loro organizzarsi in strutture significative, eliminando  tutto   ciò   che  sta  intorno al testo (contesto), fino addirittura a cancellare   l'autore...   di   ogni   forma di critica che si illuda di includere il testo letterario riportandolo solo  a eventi o traumi psicologici della prima o primissima infanzia ...  legati  ad una immobile  natura  umana,  riducibili a una tipologia,  tutto  sommato, assai povera, iterantesi nei medesimi modi in tulle  le  età,  in  tutti  i  paesi, in tutte le condizioni sociali». In  questo  suo  progetto,  politico  anche,  perché vuole precisare  la  funzione  che la letteratura ha avuto lungo il corso storico, Petronio, per evitare certi rischi sociologici  o  addirittura peggiori di questi, ricorda molto opportunamente Galvano della Volpe, il quale  diceva  che  le  opere  d'arte  sono « matrici formali , condizioni sì di sviluppi dialettici e semantici, ma secondo fini  determinatissimi ''  (Opere, Roma, Editori  Riuniti,  VI,  p. 405). Romano Luperini, due anni fa (26),  indicava   il bivio  cui  è  giunta la critica letteraria marxista :  « O sarà in grado di rinnovarsi  decisamente recuperando, in senso materialistico e dialettico, una carica di demistificazione e di critica che d'altronde dovrebbe  essere  inseparabile  dalla sue capacità conoscitiva, oppure dovrà oscillare fra una corsa affannosa all’aggiornamento inseguendo altre discipline, la riduzione a sociologia, la chiusura in forme settarie e panpoliticiste ». Fra le tendenze presenti, prevalente oggi è quella che studia l'universo del destinatario e del codice, e subisce la dominazione della semiocritica: «La morte dell'arte viene non solo accettata, ma promossa e accelerata. È la spinta alla americanizzazione, presente anche nella critica marxista », è l’avvenuta sostituzione del valore d'uso col valore di scambio, che riduce il fatto estetico  a merce  e  l'attività   artistica  a  lavoro alienato ». Allora solo  una  critica materialistico-dialettica può dare al critico marxista la coscienza  di sé, uomo scisso «fra ruolo oggettivo di specialista integrato nelle istituzioni borghesi e nel mondo della produzione capitalistica e la soggettiva volontà rivoluzionaria provocata o agevolata dal processo  di  proletarizzazione che sta attraversando la massa degli intellettuali ». E così, il testo letterario non deve essere visto come valore assoluto e indagato solo nella sua «coerenza, sublime e sublimante, di forma-unità», né il suo «specifico spessore formale » deve essere affondato «nell'indistinto sociale»; al contrario, l'opera d'arte deve essere concepita «come fascio  di conti addizioni, come stratificazioni di significati diversi e di livelli di significato in tensione  fra  loro,  prodotti  da  un   oggetto diviso e  destinati  a  una  società scissa dal conflitto di  classe  (e da  altre forme di conflitto)»; è questa concezione che «può trovarle (all'opera d'arte) un posto nel sistema della comunicazione sociale e nel rapporto storico con la realtà e nello  stesso tempo percepire in essa il segno e il sintomo di una lacerazione ma anche della resistenza che  la vita oppone all’alienazione  contemporanea». Romano Luperini accusa, con coerenza correttamente marxista, a mio avviso, la semiocritica di voler  mettere in atto «un'operazione di  rimozione   delle   contraddizioni    storiche», e già Gianni Scalia aveva accusato, giustamente, secondo me, la semiocritica di voler  “rifiutare nei «segni”  i sintomi» (in M. Miccinesi, Critica sotto inchiesta, Ravenna, 1976, p. 142). Insomma, i vari approcci  delle  tendenze metodologiche  interne  alla  logica ed alla mentalità del neocapitalismo borghese cercano sempre di abbattere la funzione conoscitiva  dell’arte, «funzione  conoscitiva  che  la classe dominante teme in sommo grado»,  come  diceva  Carlo  Salinari. Ora, come dovrà avvenire questo approfondimento teorico,  questo  rigore scientifico, che abbiamo visto troppo spesso debole nella  critica  letteraria marxista in Italia? Io penso che bisogna studiare meglio  (e trarne  tutte le conseguenze) le tesi del materialismo   dialettico,   seguendo   le  indicazioni   fatte  nel  «Quadro  teorico»   da Fiorani - Geymonat (Fiorani - Geymonat,  Materialismo  dialettico  e  politica,  I:   quadro   teorico,   in  AA.  VV., Critica leninista del presente,  Milano 1980).   La   critica  letteraria   marxista non   deve   essere   revisionata,  magari con innesti   vari   o   giustapposizioni, deve essere  invece approfondita   rimanendo     marxista :     approfondimento marxista  e non  revisionismo.  Le  categorie   marxiste,   a   cominciare   da quelle  di  Marx, non  hanno certamente  validità  metastorica,  ma   abbandonarle  perché  «sbagliate»  è  certamente un modo di fare non solo non marxista,   ma   anche   non  scientifico,   sì, perché  le nostre  conoscenze  hanno  il carattere  oggettivo  ma  relativo,  ed  in quanto  oggettive, le  conoscenze   non possono   essere  mutate  arbitrariamente.. ma le eventuali nuove conoscenze, che  sostituiscono  le  prime,  devono  essere  capaci  di  farci  intendere  meglio la  base oggettiva,  la  realtà . C'è differenza    tra    approfondimento   marxista (doveroso  ed   ineludibile)  e revisionismo! Nella  critica  letteraria  marxista, per esempio,  un  esemplare,  a mio  avviso, approfondimento  di rigore scientifico  è  venuto  da  Romano  Luperini con  la  nuova  periodizzazione  del 900  letterario  in Italia.  Nella  storia del  marxismo, ogni  momento  di  crisi ha  sempre  avuto  il significato  di  una esigenza  di  approfondimento,  mai  di essere  altra  cosa :   così  operarono  Lenin  e,  da  noi ,  Gramsci  (questi  sono stati   capaci   di   apportare   un   approfondimento marxista). Nella storia del marxismo la parola  crisi  non  ha  necessariamente  un  significato  negativo, significa  solo momento  storico  che  esige  grande  impegno  teorico  e  intelletti  all'altezza  della  situazione,  Nella crisi odierna, che è crisi di  un marxismo,  storicamente  determinato,  bisogna  vedere quale  sarà  l 'approfondimento  che  noi  sapremo  fare,  tenendo presenti le  tesi  del  materialismo  dialettico;  se  non  ne  saremo  capaci,  allora la crisi  è crisi non  del  marxismo, ma  dei marxisti!  (27). (FINE)

Le precedenti parti sono state pubblicate: la prima parte il 9.3.2025 e la seconda parte il 23.3.2025

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