Marialuisa Donadio
La sclerosi a placche, misteriosamente, la prescelse, quando aveva, lei, 22 anni. Da allora, si annidò tenace nel suo corpo e lo corruppe, senza ritegno, fino a paralizzarlo, lentamente, tutto. Marialuisa aveva completato gli studi liceali scientifici e si apprestava ad addottorarsi in filosofia.
Un contorno di dolcezza sognante ne denotava la bellezza e la distingueva fra le tante. Cercò di competere col male; poi, gli si arrese e lo accettò come inseparabile compagno di viaggio. “È vero, non conoscerò mai più la gioia di una passeggiata solitaria e libera nei campi, né il piacere di decidere della mia giornata, ma so che il dono della salute non è tanto l’agire liberamente nel fisico, quanto nel saper custodire la propria pace interiore”.
Le furono ognora vicini i familiari, le buone letture la irrobustirono, infine, la preghiera ne fece una santa in vita. Con lei corrisposero autorità accademiche ed alti prelati e la sua dimora in Corigliano diventò meta ideale di tante anime avide di pace, le quali a Marialuisa s’accostavano non per recare, ma per attingere sollievo al dubbio e alla fatica quotidiana.
Nella piena maturità degli anni, che per lei più non avevano il senso del tempo, divenne per tutti storia e leggenda. Quando cessò di vivere, il 2 gennaio del 1998, gente d’ogni condizione, incredibilmente tanta, si recò a salutarla. Ognuno le portò una preghiera e le affidò una pena. Corigliano, dove era nata, il 19 gennaio del 1942, si commosse composta e tuttora la conserva cara nella sua memoria.
Lasciò alcune raccolte di versi ed un diario: sono il suo viaggio verso Dio, amando i fratelli. In una lirica natalizia cantò così: “Caro, dolce Bambino,/ bisogna che prenda fiato./ Voglio giungere anch’io a Betlemme,/ perché ho tante cose da dirti”. Un giorno disse al suo diario: “l’impressione superficiale mia e di quanti mi conoscono così inferma, è che io sia tagliata dal mondo.
In effetti, proprio perché non sono assorbita dal vorticoso correre ed affannarsi, che distingue quanti vivono nel mondo, sono più libera e disponibile per gli altri, cosicché la mia vita è colma di contatti e di conoscenze”. Il 25 marzo del 1997, ringraziandomi, per averle io mandato una mia pubblicazione, così mi scrisse: “Carissimo Giulio, ho ricevuto ed ascoltato la lettura del tuo libro, che mi ha commossa.
In alcune tue espressioni ho rivissuto un po’ della mia fanciullezza ormai tanto remota. Ho pensato all’ultima volta che sono entrata nelle chiese di Corigliano, per visitare i sepolcri – era il 1963 – e ti ringrazio, per avermi ricordata. Ormai, ho perduto tutto, ma ho guadagnato il mio tutto. Buona Pasqua con i tuoi cari e un ideale abbraccio”. Che Lei mi benedica, ora, dal cielo. L’augurio e la speranza di tanti è che presto si determini un clima, che possa sollecitare l’Autorità ecclesiastica a considerare se quest’anima bella sia degna d’essere indagata e proposta alla Beatificazione.