Esigenza di approfondimento teorico e di rigore scientifico nella situazione attuale e recente della critica letteraria marxista in Italia - di Armando Gammetta - Seconda Parte

Tratto dalla rivista "La Tela del ragno" n. 1 del 1° dicembre 1983

Così l’intellettuale  marxista   non   sa   criticare il proprio ruolo, la sua posizione di classe: ne consegue anche in  letteratura un  apporto  critico per  molti  versi utile, ma, sul piano teorico-scientifico, quasi inconsistente.

È significativo che Galvano della Volpe, il più acuto tra i pensatori marxisti italiani per il settore della teoria e metodologia letteraria, resterà per molto tempo un solitario, isolato, nella cultura della Sinistra, anche se era l'unico mentalmente attrezzato a dare il definitivo colpo di grazia all'idealismo crociano, e questo sul piano teorico-scientifico. Cosa accadde nella critica marxista dalla diffusione degli scritti di Gramsci ('47-'48) agli anni '56-'57? Sono come disse Franco Fortini molto significativamente, i Dieci inverni, caratterizzati dal pessimismo nei riguardi della fiducia e speranza resistenziali, dalla guerra fredda fra Russia e America, dallo stalinismo e, specificamente in Italia, dall'atmosfera clerico-fascista del potere   dominante.

È così fu, in Italia, l'unità d’azione tra PSI e PCI e, nella cultura, lo zdanovismo. La critica marxista ora pecca di chi usura e di provincialismo, respingendo per partito preso e acriticamente ogni novità culturale proveniente dal mondo borghese; l'impegno dello scrittore e del critico coincide con la volontà del partito, la sola poetica valida è quella del «realismo socialista». È il momento in cui Emilio Sereni propone la linea. Lenin­ Gramsci - Stalin-Zdanov.  Ma, nello stesso tempo questo marxismo «ortodosso» si proponeva larghe alleanze con le altre correnti culturali nazionali e con i  filoni  tradizionali: questo tentativo poteva avere in politica una sua ragione, però in sede teorico-scientifica, con, riferimento ai problemi della metodologia letteraria, era un non-senso. Infatti, Sereni  voleva una organizzazione autonoma della  cultura  con  uomini   non   importa di   quale  parte  ideologica  o  politica: è  evidente  che  voleva  calamitare  i ceti  medi.  Per  fini  di  utilità  politica Gramsci veniva piegato ora verso De Sanctis  ora  verso  Zdanov,  e lo  stesso Lukacs veniva piegato alle esigenze italiane, ora accettato ora « usato ».  In conclusione, le due linee in cui era stato inserito Gramsci alla fin fine   non   proponevano   altro che un marxismo identificantesi con l’ideologia;  anche  qui  non  c'era approfondimento teorico e rigore scientifico, sì, perché  il marxismo  è  soprattutto  la scienza  che  ha  per  oggetto  di  studio il rapporto  teoria-prassi  non  disgiunta dalla  lotta  di  classe. 

Proprio  per le sue  caratteristiche  e  contraddizioni  questo marxismo  ortodosso  venne superato ···dall’altro, detto critico, il quale   portava   avanti   il dissenso,   la critica,    l'autogestione    della    cultura, l'assunzione  critica del «nuovo»  proveniente    dal   mondo    borghese,  così come  intendeva  (con  Fortini)  anche il problema  critico  -  sociale  del  committente e del pubblico, l'importanza della   Scuola   di   Francoforte   e  delle lezione di Lukas. Ma «l'organizzazione   capitalistica    della   cultura   - come    dice   Luperini dimostrò quanto fosse illusorio il tentativo del marxismo critico che voleva mantenersi  puro  e  lontano  dall'industria culturale  e dalla  aggressione  dci  partiti».  Tutto questo filone lo si trova sulle riviste «Ragionamenti»  e  «Officina», degli  anni  '55-'59.  In  fondo,  il marxismo  critico  arricchisce  l'analisi d'ispirazione marxista con l'apertura alle  scienze  dette  borghesi,  però  non è  veramente  alternativo:   infatti,   dopo il 1956 (sappiamo che significa questo anno nella storia del marxismo) si invocò una profonda riflessione autocritica di tutto il marxismo, ortodosso o critico (di quest'ultimo Scalia sapeva indicare molto bene pregi e  difetti), che  operasse   «quella radicale critica delle proprie premesse, sempre rinviata» per non es­ sere ancora una volta «profeti di un generico moralismo o di  prospettive tanto remote da essere valide  per  ogni fine» (4). Tutto  ciò  porterà  agli inizi degli anni sessanta ad un'apertura dei due  marxismi  verso  le scienze e le ideologie del  neocapitalismo, ma anche qui saremo di fronte ad un arricchimento di tematiche (e al pericolo di temi e metodi critici giustapposti), piuttosto che ad un approfondimento teorico - scientifico del pensiero  marxista. Naturalmente, queste note non riguardano alcuni critici che nel dopoguerra si sono soltanto avvicinati al marxismo e che hanno <<'corretto» la critica crociana  con  il loro  storicismo, in funzione del recupero (in arte e poesia) della storia e degli elementi allotri, respinti l'una e  gli  altri  da Croce. Infatti, la linea Russo - Binni - Sapegno  arricchisce  la  critica  letteraria nella direzione  di un  superamento di Croce, particolarmente con una esigenza di interpretazione genetica dell'opera poetica da parte del Russo, con il metodo critico del Binni di Poetica, critica e storia letteraria ('63) immerso completamente in una elaborazione del concetto di poetica che, se segna un interessante avanzamento e superamento del Croce, con la introduzione di quanto viene prima dell'operazione formale, risulta  essere anche troppo onnicomprensiva e carente del pur necessario punto di vista; infine, con  gli studi del Sapegno,  che  possono  interpretarsi  come Russo   + Binni   +   esigenza  sociologica di derivazione gramsciana. La conversione di Sapegno al marxismo (1945) sembrò unire lo  storicismo  idealista e quello marxista in una versione «integrale», proprio perché la stessa critica  marxista  si  fondava  sulla Enea Vico- De Sanctis - Croce.  In effetti, il suo marxismo sul  piano teorico-scientifico è poca cosa , se pensiamo che il suo storicismo  integrale era l'attenzione per <quella ordinata compagine di fattori culturali e di preferenze   espressive   (storicamente   determinate   è  condizionate   da   una   certa  situazione  sociale)  che fornisce  la trama su cui  si  elabora  il  processo della vivente fantasia » (5). 

L'essenza del marxismo   sapegnano   era   tutta qui. Fu possibile al Russo fare  dell'ironia sulle parole del Sapegno, perché, in fondo, in quel  senso  anche chi non lo era si poteva considerare marxista ! Importissimo, invece, è sottolineare che l’inserimento dell'opera d'arte o poetica nella storia ha conseguentemente rinnovato  la  visione storiografica , per  cui la  storia  della letteratura  in  autori  come  Salinari (6),  Petronio   (7),  Manacorda   (8), Asor Rosa (9), Muscetta (10), senza parlare di Marchese (11) o di Ceserani e De Federicis (12) (che presentano una nuova organizzazione del materiale culturale e letterario), non  è più una somma di piccoli saggi e di ritratti degli scrittori, bensì  un  grande lavoro  per  spiegare  unitariamente i fenomeni sociali e letterari.  Siamo già alle soglie degli anni sessanta: si affermano ora nuove metodologie e tecniche di analisi di natura non marxista , ma anche nuove ricerche, validi “scavi” critici e nuove  confusioni nell'ambito della nostra critica marxista. E tutto parte dalla grande e profonda  svolta del  1956. Se questo è l'anno del XX Congresso del PCUS, dei  fatti  di  Ungheria e dell'VIII Congresso del PCI, è anche vero che, da   questo  anno in poi, alle  conseguenze di tali  grandi eventi va unita, per  l'Italia,  la  grande accumulazione capitalistica della ricostruzione iniziata nel  dopoguerra, che produrrà  attorno  al  '60  un  gran­ de sviluppo economico. Quindi, avvengono alcuni fatti  nuovi: la linea Croce - Gramsci ed il concetto di nazionalpopolare  di   quest'ultimo    non reggono più dinanzi alla nuova realtà determinata da quello sviluppo, sicché la Sinistra è come  spiazzata dal boom economico; l'abbandono di certi princìpi leninisti da parte del PCI, nell'insieme della situazione che si è determinata, significa allontanamento di molti intellettuali dalle posizioni dcl PCI e tentativi di una più approfondita conoscenza di Marx: Quaderni rossi ('61), Quaderni piacentini ('62), con   grande  influenza sui giovani. «Il loro tratto comune fu il tentativo di riattivare quella che ad essi sembrava la tradizione rivoluzionaria del movimento  operaio nonché di ricoprire in  sede teorica la radicale alterità del pensiero di Marx» (13). Quello sviluppo economico diveniva mitologia dello sviluppo e cambiò il costume, cominciava ad americanizzare la vita, veniva a significare ideologia americana, come dice Giuliano Procacci; quindi, tutto ciò spiazzò anche i cattolici, che da una parte sono nel potere DC, dall'altra sono in contraddizione con le loro basi morali evangeliche. Inoltre, si hanno altre due realtà importantissime: la scolarizzazione di massa (scuola media unica, 1962) e l'industrializzazione della cultura, con tutte le conseguenze che conosciamo.

Scoppiano così realtà, situazioni e problemi nuovi di immensa portata. Il potere dominante ha bisogno di competenze, specializzazioni e, insistendo sulla crisi delle ideologie, impone la propria ideologia : l'impegno degli intellettuali tende ad annegare nella falsità dell'impegno scientifico di alcune discipline, sicché tutta l'attenzione si concentra nel metodo che nasconde l'ideologia, come è stato per un certo strutturalismo. Allora la situazione anche a sinistra si presenta molto complessa: tanti marxismi, ma tutti travolti dalla irruzione delle cosiddette scienze umane. Ora ci riferiamo al boom del formalismo e, soprattutto, alla egemonia ('60-'68) dello strutturalismo, al successo della nouvelle critique francese. Nella critica letteraria queste tendenze presentano   un   denominatore comune:  la  ricerca  della letterarietà, di ciò che fa di un testo un'opera letteraria;  quindi,  l'analisi  è  tutta  formale, perché  nella forma  si trova  la soluzione del problema; e si studiano le strutture formali, e poi altre strutture, e poi accostamenti e relazioni di esse fino a formare il sistema strutturale.  Questa  letterarietà  è connessa nei formalisti russi alla funzione poetica:  se la funzione  della  lingua comunemente e praticamente usata è solo  comunicativa ,  quella  poetica non è così  automatica,  si  qualifica.  invece,  attraverso  uno  scarto  dall’altra . Allora si ha una forte concentrazione dell'interesse critico sui significanti e su come essi si presentano strutturati. Il fatto è che i significanti vengono intesi come significanti di se stessi (!), e se ne studiano pertanto tutti gli aspetti (fonetici, ritmici, ,ecc.) senza capire, per esempio, che l'interesse per gli aspetti musicali , pur legittimo, può  far  sottovalutare il lato semantico, fondamentale, della poesia: Galvano della Volpe avvertiva contro il pericolo di  una «dissipazione  sensuale  del  rigore  razionale concreto della  poesia».  Ma,  qual è la risposta teorica  alle domande  che la critica formalistica  e strutturale pone  al  testo?  La dà, in Italia ,  D'Arco Silvio Avalle, per il quale l'opera «Va intesa come il frutto di un'attività combinatoria».  Ne  deriva, dunque: a)che l 'approccio al testo è solo sincronico; b) che all'analisi non interessano le contraddizioni interne cd esterne al testo; c) che il lesto è totalità, valore  assoluto  e metastorico: i dati storici vengono semplicemente rimossi; d) che il critico dovrà far dipendere il suo giudizio  di  valore solo dalla più o meno integrazione degli elementi  e delle parti  costituenti il testo (ciò è  in contraddizione con la dichiarazione di Jakobson, secondo. cui  gli  studi  letterari  non  devono  pervenire  a un giudizio di valore: strutturalismo in  contraddizione con se stesso !). Ebbene, è questa critica formalistica e strutturale che viene rifiutata e rigettata dalla critica n1arxista, 1a quale per la verità, è in grado di criticare e  smascherare  anche i maggiori esponenti non italiani dello  strutturalismo.  Nel  '66  Massimo Cacciari e Francesco Dal Co dimostravano,   alla   luce   dell'opera    di Lévi-Strauss, che la struttura è per gli strutturalisti «un apriori trascendentale e, insieme, il carattere immanente del dato» (14). Da ciò deriva un esito tautologico, una vanificazione della dialettica della conoscenza, una astoricità, ed un esito solo sincronico; e ciò anche quando si esaminano più opere di un autore o di autori vissuti in tempi diversi, perché il rapporto tra critica e testi è sempre diretto   e mai mediato dall'elemento tempo-spazio, e il testo è sempre considerato nel suo valore combinatorio. Per la verità, lo stesso Lévi-Strauss temeva questo errore quando diceva che «la critica letteraria strutturalistica ... troppo spesso finisce per ridursi a un gioco di specchi». Ciò dimostra che nello stesso strutturalismo vi sono critici che si rendono conto di   certe   sue   aporie   fondamentali   e coreano di   distinguere le due direttive   della   ricerca   strutturalistica: per l'una la struttura appartiene all'oggetto, per l'altra la struttura si attua in un'operazione metodologica   dei ricercatori   di una   singola  materia,   come dice   Maria   Corti.   Bene, ciò   trova spiegazione   convincente   nella   dimostrazione di Cacciari e Dal Co.  Eppure, c'è chi insiste (Barthes) nel  dire  che  l'opera  si  presenta   « priva   di contingenza»!   Sono note, d'altra parte, anche le  mistificazioni  ideologiche dello  strutturalismo:   il mito  dcl  tecnicismo  socialistico   e  della   neutralità scientifica,  come  pure  la  stretta  relazione  con  la  situazione  socio-economica neocapitalistica.  Tra gli altri, Petronio (15)  ha   smascherato  lo  strutturalismo,    indicandolo    come   l'estrema   manifestazione   idealistica   dello scientismo  tipico  dell'ideologia   tecnocratica   e  capitalista.   Questo astorico strutturalismo    viene,    dunque,    smascherato   e   superato    da  una  serrata critica marxista  che vede  i suoi  risultati  più  alti  in  Sebastiano  Timpanaro, Romano  Luperini ,  Giuseppe  Petronio, Galvano  della  Volpe,  Ignazio  Ambrogio. Timpanaro mette assai bene in evidenza,  con  grande  rigore  materialista, l'opposizione      marxismo  -  linguistica strutturale, dovuta «alla nascita della linguistica strutturale europea dal movimento  generale  antimaterialistico  e anti-marxista di fine Ottocento, e poi ai successivi influssi che ideologie spiritualistiche   (a  base  matematico­platonizzante  o  biologico  - finalistica) hanno   esercitato    su    singole  correnti dello   strutturalismo   stesso.  

(Fine Seconda parte)

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